La Nazione: Una panchina nel buio per l’umorismo di Benvenuti


Una panchina persa nel buio. E il piacere di raccontare storie su storie, le parole che si perdono leggere, gli incredibili soprannomi di una miriade di personaggi, le vicende minute di una intera comunità.

Così si presenta il nuovo poetico spettacolo di Sandro Benvenuti. “Gino detto Smith e la panchina sensibile”, presentato ieri sera al Manzoni di Pistoia. Con pochi tagli di luce, una fessura al centro, una luna rossastra, proiezioni e rumori di fondo: un ruscello che va e che viene, una musica lontana, suoni di campane. Un uomo più anziano, vestito di nero e un ragazzino accanto appena fuggito di casa. Sono li, al centro della scena da chissà quando e lo spettacolo si avvia come da un tempo antico. L’uomo racconta del bassista Leroi, di Gino detto Smith, del babbo, del nonno e dei fratelli del ragazzo. Pezzi di vita vissuta, una nonna che parla coi marziani, qualcuno che si è impiccato perché si chiamava Bandiera ed era troppo grasso per riuscire a sventolare. Le battute si susseguono fulminanti mentre si aggiungono particolari sulla vita del ragazzo. Un fratello, Augusto, morto giovane misteriosamente. E il dialogo va avanti senza fine, a volo d’uccello, un “jazz di parole” mentre tra i due si insinua impalpabile qualche traccia di intesa estemporanea, una comunicazione musicale, senza rotture, tra due figure fuori dal tempo. Fanno capolino esperienze psichedeliche, acidi, anfetamine, pasticche preso in mezzo ai campi. Forse Augusto è morto così, convinto di poter volare da sopra alla radura. Non sa dove andare quel giovane fuggiasco. A Pisa forse, per mandare una cartolina alla nonna bislacca che passa le giornate alla finestra a contare le auto. O forse quel giovane sperduto tornerà a casa a prendersi qualche altra sberla dal padre debole e violento. Ogni tanto questo tappeto di storie si interrompe, si blocca a mezz’aria e passano i suoni del luogo immaginario. Ogni tanto il ragazzo chiede di sapere di più, di sé e dell’uomo misterioso. Ogni tanto si riaccende quella improbabile luna o un sole cocente. Si passa così dalla notte al giorno, dal comico alla malinconia di vite irreali, sospese. Decisamente questa nuova drammaturgia di area toscana va sempre più verso la poesia e il lirismo. E finisce col coniugare, come già nel “Vangelo dei buffi” di Chiti, l’humus della propria terra – la lingua, il caustico umorismo, la perfida ironia – con uno slancio di tenerezza. E l’intrattenitore abile che conosciamo, il protagonista di “Benvenuti in casa Gori”, di “Ivo il tardivo”, e di tanti film di successo, si diverte a giocare con una storia metafisica e sapiente, il buio piomba alla fine sul protagonista e il ragazzo scopre che quell’uomo dal nome bizzarro, Consacrato, era il giovane fratello scomparso. Morte e vita si confondono mentre sull’intero proscenio si proiettano migliaia di ali di uccelli. Volare? Si può, con la fantasia del teatro. Bravissimo, grande Benvenuti coadiuvato da uno straordinario e contiguo Andrea Muzzi. Applausi a scroscio, un altro successo per l’artista toscano.

La Nazione Luciana Libero

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