La Repubblica: Alessandro Benvenuti e Andrea Muzzi


Un saggio di leggerezza con Andrea Muzzi al Teatro della Cometa di Roma “Gino detto Smith & la panchina sensibile”, un irresistibile duetto.

Alessandro Benvenuti è nato a Pontassieve, in provincia di Firenze, e ci tiene a far sapere che proprio dal serbatoio di ricordi, personaggi e dicerie di questo suo paese d’origine ha ricavato sostanziale spunto per l’ineffabile e surrealistico dialogo teatrale, Gino detto Smith & la panchina sensibile, che in compagnia del giovane comico toscano Andrea Muzzi ora interpreta a Roma, al Teatro della Cometa. Reduce dagli stupendi monologhi polifonici e terragni concepiti assieme a Ugo Chiti, il più beffardo e contemplativo Benvenuti che si possa mai immaginare si fa qui depositario ed estensore in prima persona di un’agrodolce sonata di fantasmi, di una disputa su qualità e infelicità di un consorzio di parenti, amici, cani sciolti e prototipi di un mondo consegnato ormai solo alla memoria del più grande e misterioso dei due interlocutori piazzati dall’inizio alla fine in una radura composta di segmenti di luce. Il più maturo dei conservatori, l’autore-regista in panni di irreprensibile signorotto con completo scuro, bastone da passeggio e vistoso anello al mignolo, intrattiene una sorta di discepolo, un dinoccolato giovanotto vestito con capetti sportivi dai colori urlanti, un’anima bella capace di risate gracchianti e fuori giri, voglioso d’assorbire racconti, svelamenti, storie segrete. Strano ma rapinoso abbinamento, quello cui assistiamo. Il botta e risposta sui vizi e sulle bellezze infami di un’umanità passata in rivista con crudele amore non genera, almeno in un pubblico non-toscano, stimoli comici, eppure c’è ovunque un raffinato sarcasmo di fondo che man mano ti penetra nelle vene, nel cervello, e la “chiacchiera” assurge a piccola filosofia ultramondana, come se sentissimo infime leggende di un Borges emarginato, o versi insoddisfatti di un Erich Fried. Il grande, il pedagogo, parla di congressi di Vienna e di Vaticano per introdurre il profilo-chiave di Fernando Pantani, ex internato a Volterra, e si mette in moto un bestiario dolce di anfetaminici, di microcefali, di ragazze col sedere a mandolino, di calabro-sauditi di nome LeRoi. Chissà come è scritto, questo cognome, ma rimane scolpito il ritratto che Benvenuti, ispiratissimo, bravissimo, ne fa, rievocazione d’un rozzo batterista pieno di grazia. E c’è il bel recupero d’immagine di una nonna che comunicava coi marziani, finché il giovane districa la ramificazione del suo ceppo, allude a un fratello morto, uno missionario e uno della digos. E scherzando, i due, con lirismo ma pure con infantili cadute nei cartoni animati generazionali a base di Cip e Ciop, e aforismi (“Crediamo di percorrere e siamo percorsi”), e si fa sempre più sinuoso il labirinto dei flash, delle perfidie, delle canizze, dei silenzi, delle allegorie erotomani, delle fantasie zodiacali, delle meravigli alcoliche. Tutto recitato in levare. Per il piacere quasi proibitivo, e davvero non popolare, di percezioni privilegiate, malgrado il contesto burlesco. Sono parte integrante dello spettacolo anche gli scampanii lievi, gli echi di un ruscello, le ombri e le folgori di una geometria di riflettori che incapsula i sentimenti messi in campo. La fede ingenua negli acidi è leggendaria quanto l’ipocondria di un gay di campagna. Quell’omone cela forse un’identità da caro estinto, e Benvenuti trasmette brividi quando nel finale esprime energie e senso percuotendo a tutta forza il palcoscenico col bastone e con i piedi. Una prestazione caustica e anomala., rischiosa e tenera, la sua, con l’unico limite di un’inafferrabilità che può piacere (a noi si) o no. E un plauso va a Andrea Muzzi, vero “Kid” gioioso e naturale, vero adolescente in cerca di sapere e in astinenza d’amore.

La Repubblica Rodolfo di Giammarco

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